OneSkyFriends: non solo scie-nza!

sabato, 29 marzo 2008

Zeitegeist a Rebus

Il documentario Zeitegeist trasmesso in tv, a Rebus.
 
Fonte: http://archivio.odeontv.net/rebus_archivio.htm

 visualizza la puntata di Venerdì  28 marzo 2008 ore 21:30

Zeitgeist, la più grande storia mai raccontata? Dopo il grande interesse suscitato dalla puntata dedicata al documentario di Zenone Sovilla, Rebus trasmette gli ultimi scampoli del film “Civiltà bruciata”. Dopo inizieremo a dedicarci al lungometraggio di inchiesta “Zeitgeist” di Peter Joseph. Si tratta di un’opera liberamente scaricabile da internet, all’indirizzo http://zeitgeistmovie.com/, incentrata su tre grandi capitoli: la storia delle religioni, l’analisi dei tragici fatti dell’11 settembre 2001, l’analisi dell’ipotetico cartello bancario internazionale che sarebbe all’origine del “signoraggio” e non solo. Nel corso della trasmissione ci sarà anche un intervento telefonico da Los Angeles di Massimo Mazzucco, autore del sito di informazione Luogocomune.net e dei documentari “Inganno globale” e “Nuovo secolo americano”. In questa prima puntata dedicata a Zeitgeis verrà trasmesso il primo capitolo incentrato sulla storia delle religioni. Il lungometraggio è in inglese con i sottotitoli in italiano curati da Luogocomune.net. Ci sarà spazio anche per parlare di complottismo.


Venerdì  4 aprile 2008 ore 21:30

Zeitgeis, 11 settembre e signoraggio? Rebus dedica ancora una puntata a “Zeitgeist” di Peter Joseph, trasmettendo i capitoli relativi all’11 settembre 2001 e al signoraggio. Il documentario è in lingua inglese con i sottotitoli in italiano curati da Luogocomune.net di Massimo Mazzucco.

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categorie: ambiente, attualità, 11 settembre
mercoledì, 05 dicembre 2007

Considerazioni di Cossiga sull'11 settembre

Mentre il TG2 parla di 11 settembre e complottisti, Francesco Cossiga sembra pensarla diversamente.

Da: corriere.it


Osama-Berlusconi? «Trappola giornalistica»

«È un videomontaggio di Mediaset e fatto giungere ad Al Jazira per rilanciare il Cavaliere in difficoltà»

Roma - «A quanto mi è stato detto domani o dopo domani la più potente catena quotidiani-periodici del nostro Paese dovrebbe dare le prove, con uno scoop eccezionale, che il video (in realtà un audio, ndr) nel quale riappare Osama Bin Laden, leader del 'Grande e potente movimento di Rinvicita Islamica Al Qaeda', che Allah lo benedica!, nel quale sono formulate minacce anche all'ex premier Silvio Berlusconi, sarebbe nient'altro che un videomontaggio realizzato negli studi di Mediaset a Milano e fatto giungere alla rete televisiva islamista Al Jazira che lo ha ampiamente diffuso». Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga in un comunicato.

"TRAPPOLA" -  «La 'trappola' sarebbe stata montata, secondo la sopra citata catena di stampa, per sollevare una ondata di solidarietà verso Berlusconi, nel momento nel quale si trova in difficoltà anche a causa di un altro scoop della stessa catena giornalistica sugli intrecci tra la Rai e Mediaset», continua il senatore a vita. «Da ambienti vicini a Palazzo Chigi, centro nevralgico di direzione dell'intelligence italiana, si fa notare che la non autenticità del video è testimoniata dal fatto che Osama Bin Laden in esso 'confessa' che Al Qaeda sarebbe stato l'autore dell'attentato dell'11 settembre alle due torri in New York, mentre tutti gli ambienti democratici d'America e d'Europa, con in prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai bene che il disastroso attentato è stato pianificato e realizzato dalla Cia americana e dal Mossad con l'aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi e per indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan. Per questo - conclude Cossiga - nessuna parola di solidarietà è giunta a Silvio Berlusconi, che sarebbe l'ideatore della geniale falsificazione, né dal Quirinale, né da Palazzo Chigi né da esponenti del centrosinistra!».

SOLIDARIETA' - In realtà è giunta a Berlusconi la solidarietà per il governo di Vannino Chiti, ministro per i Rapporti con il Parlamento: «Esprimo la mia solidarietà a Silvio Berlusconi chiamato in causa, assieme ad altri leader europei, dal terrorista Osama Bin Laden nel suo messaggio di propaganda. Contro il terrorismo e contro queste farneticazioni deve essere forte l'unità delle forze politiche in Italia e l'impegno comune e la solidarietà dei popoli europei».

30 novembre 2007


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categorie: attualità, 11 settembre
giovedì, 29 novembre 2007

Il Nuovo Secolo Americano

“Il Nuovo Secolo Americano” è stato presentato alla 31 Mostra Internazionale del Cinema di San Paulo, Brasile, il 26/29 Ottobre 2007. QUIla scheda tratta dal catalogo ufficiale.

Segue una recensione apparsa su Cinematoca Blogspot (Brasile). QUI o
QUI
l’originale.

“O NOVO SÉCULO AMERICANO (Il Nuovo Secolo Americano, Itália, 2007) ****

L’italiano Massimo Mazzucco appartiene sicuramente alla categoria di Michael Moore. Con “Il Nuovo Secolo Americano” mostra però una maggiore capacità nel trattare una delle più gravi ferite degli Stati Uniti, l’undici di settembre.

L’idea di fondo è che la responsabilità degli attacchi alle Torri Gemelle non sia di Osama bin Laden, ma dello stesso governo locale. Si tratterebbe cioè di un autoattentato, inteso a far considerare “giuste” tutte le azioni che sono poi conseguite, come la guerra in Iraq.

La responsabilità della attuale situazione ricade, secondo Mazzucco, sui neocons, o noeconservatori, già uomini di fiducia del Presidente George H.Bush (1989-1993), andati forzatamente in vacanza dopo l’insediamento dell’avversario Bill Clinton, e tornati con Bush figlio con il proposito di “dominare il mondo”. Sfortunatamente i cowboys non si aspettavano un inquilino della Casa Bianca così debole. Non a caso uno degli uomini del gruppo è Dick Cheney, l’attuale vice-presidente.

Il documentario passa ai raggi X la storia americana, e mostra come dalla guerra Hispano-Americana, passando per i due conflitti mondiali del XX secolo, al Vietnam, alla [I]Guerra del Golfo e all’Iraq, il paese si è sempre approfittato di un presunta forzatura.

Indagando sugli effetti dell’occupazione americana nei “paesi nemici”, il film mette in discussione l’uso della tortura e la distruzione del patrimonio culturale altrui, come è notoriamente accaduto in Iraq. L’interesse per il petrolio del Medio Oriente aiuta abbastanza a capire l’occupazione e la designazione dell’ ”Asse del male”.

“Il Nuovo Secolo Americano” è fortemenente basato su documentazione disponibile in Internet. Se ne serve per ottenere filmati istituzionali a scopo critico, ma la sua intensa fissazione per il testo scorrevole genera una tale quantità di informazioni che lo spettatore si perde e si stanca facilmente. Anche senza tanti nomi e tante prove, sarebbe comunque difficile non interessarsi a ciò che viene raccontato.

Nemmeno il più accanito sostenitore della terra dello Zio Sam penserebbe a una tale mitragliata di accuse così evidenti come quelle di Mazzucco. Accettare che i problemi non siano così a portata di mano finisce per risultare molto difficile. Il regista italiano, che ha un sito di news post-11 settembre, non fa che collocare uno specchio di fronte agli americani, che si vergogneranno nel vedere il proprio riflesso.

Anche con i diversi blocchi non del tutto amalgamati (il film è stato presentato alla Mostra in fase di post-produzione non ancora terminata), “Il Nuovo Secolo Americano” è uno dei lavori più impressionanti sull’analisi dei poteri della più grande potenza economica mondiale. Cosa che uno straniero, con feroce obiettività, è in grado di percepire nel modo migliore.“

Rafael Ferraz

Questo è il trailer:


In Italia sarà disponibile in libreria a partire dai primi di febbraio (Macroedizioni).
Per saperne di più: www.luogocomune.net

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categorie: 11 settembre
mercoledì, 28 novembre 2007

TG2: disinformazione sull'11 settembre

26 novembre 2007 - TG2 edizione delle 13:00

"Gli attentati sarebbero un'assurda menzogna"

"Le teorie negazioniste trovano sempre buona accoglienza e anche questa avrà successo, di cassetta naturalmente. E si ripropone il dilemma di sempre: lasciare che queste teorie negazioniste si diffondano senza contestarle non si può, ma già il solo farlo significa riconoscere loro dignità e in qualche modo accreditarle."


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categorie: 11 settembre
domenica, 04 novembre 2007

ZEITGEIST

...ovvero "tendenza culturale predominante di un'epoca".

Film sconvolgente, finalmente sottotitolato in italiano.



<<Sono un essere umano, porca puttana: la mia vita ha un valore!>>

Per guardare il film in modalità estesa cliccare qui.

martedì, 13 marzo 2007

Hanno ucciso George Bush

Oggi, 19 ottobre 2007 poco prima delle nove di sera, davanti all'hotel Sheraton di Chicago il presidente degli Stati Uniti George Walker Bush è stato colpito a morte da due proiettili sparati dalla finestra dell'edificio di fronte. Trasportato precipitosamente in ospedale, è stato sottoposto a un intervento per fermare l'emorragia causata dalla recisione dell'aorta, ma i medici non sono riusciti a impedirne il decesso avvenuto attorno all'una e mezza di notte.






È questo l'evento che dà il titolo a Death of a president (in uscita nelle sale italiane venerdì 16 marzo), il film dell'inglese Gabriel Range che, nella forma del fanta-documentario, racconta a posteriori (è ambientato nel 2008) la serie di eventi che portò all'omicidio di Bush e le sue conseguenze.

«Ho voluto usare la lente del futuro per interpretare il presente - racconta Range -. Già in passato avevo usato la formula del documentario realizzato nel futuro per esaminare la realtà attuale: dopo pochi minuti, come in questo caso, ci si dimentica che le cose che si vedono non sono accadute e si riesce a riflettere sul presente».

Un presente nel quale il presidente Usa affronta una pesante contestazione a Chigago a causa del conflitto in Iraq e dell'atteggiamento provocatorio verso Iran e Corea del Nord, che sfocia in un vero e proprio assedio all'albergo nel quale è chiamato a tenere un discorso.

Tutto fila liscio, tra le preoccupazioni dei servizi segreti, finché Bush non esce e viene ucciso da due proiettili mentre saluta la folla. Il suo posto viene prontamente preso dal vice Cheney, che dapprima minaccia ritorsioni contro la Siria (fantasiosamente indicata come responsabile indiretta del misfatto) e poi instaura uno stato di polizia nel Paese con un inasprimento del Patrioct Act. A farne le spese un ragazzo siriano, colpevole solamente di essere passato nel posto sbagliato al momento sbagliato, d'essere musulmano e aver fatto in passato un viaggio in Pakistan.

La verità sull'assassino però è ben diversa e difficile da accettare per l'amministrazione dei "falchi": la morte del presidente dipende infatti in gran parte da quel che lui ha deciso in vita.

Ed è per (di)mostrare questo che Range ha realizzato, con una magistrale mescolanza di immagini reali (il funerale di Bush è quello di Ronald Regan), riprese ritoccate, interviste recitate e inquadrature girate ad hoc con ogni mezzo (dalla cinepresa fissa ai videofonini, dalle telecamere di sorveglianza alla camera a mano), un verosimile e tesissimo documentario di finzione. «Il valore del film è nella sensazione di realismo, dopo cinque minuti si scorda che è tutto falso. Ma era necessario mostrare l'uccisione di Bush come una metafora dell'11 settembre per verificare come reagiremmo a quella notizia».

In America non molto bene, in verità: «La Fox, cui ovviamente non sto simpatico, mi ha accusato di distorsione della realtà e di irresponsabilità... ma se loro lo fanno tutti i giorni! Hillary Clinton ha definito il film "malato, morboso e disprezzabile" senza neppure vederlo: pensava fosse un incoraggiamento a uccidere davvero Bush. Sapevo che gli Usa sarebbero stati il mercato più duro, ma molte persone che ho incontrato mi hanno espresso la propria disillusione e rabbia per essere stati ingannati sull'Iraq. E poi a me interssava dare un punto di vista diverso, dire che negli ultimi sei anni sono successe cose incredibili e raggelanti».



Range spera però che il futuro, quello vero, sarà migliore: «C'è posto per l'ottimismo, fino a poco tempo fa erano inconcepibili le ammissioni di errori che ci sono state ultimamente. Ma capisco anche la paura e la scaramanzia di voi italiani: mi hanno spiegato che per voi, se si fa vedere la morte di qualcuno, gli si allunga la vita...».

Articolo di: Emanuele Benvenuti

Trailer del fim: mortediunpresidente.it

Intervista a Gabriel Range, by 
castlerock



Signor Range da dove le è venuta l'idea di fare un film sull'assassinio di Bush?

Gabriel Range: L'assassinio di Bush e l'inchiesta che segue sono soltanto una cornice per raccontare cose successe veramente dopo l'11 settembre. Ho scelto di fare un film di finzione per parlare di queste cose semplicemente perché un evento così sconvolgente, come l'assassinio di un presidente, solletica l'interesse del pubblico in sala. Sono molte le cose che mi hanno ispirato per questo film, come per esempio l'uso cinico fatto dall'amministrazione di Bush dell'arresto di un arabo, usato per diffondere tra la popolazione la paura verso il terrorismo. E poi il Patriot Act che quando è stato promulgato nessuno si sarebbe mai immaginato potesse diventare leggere, e che oggi invece è la normalità, qualcosa che va a ledere profondamente i diritti dei cittadini.


Il fatto che il film sia incentrato sull'assassinio di Gorge Bush, un presidente scomodo e che in tanti non vedono certo di buon occhio, ha facilitato il suo progetto?

Gabriel Range: Il mio non è un film contro Bush, ma certamente non avrei fatto un film su di lui se fosse stato popolare. Ho semplicemente preso ciò che l'amministrazione di Bush ha fatto a seguito dell'11 settembre, cercando di immaginare cosa succedere nel futuro nel caso di un evento così tragico. Se la risposta popolare alle assurdità che stava compiendo quel presidente fosse stata diversa non ci sarebbe stato bisogno di fare questo film.


Perché girare questa storia con lo stile di un documentario?

Gabriel Range: Per me era interessante usare questo stile perché quando guardiamo un documentario abbiamo una reazione diversa rispetto a quando guardiamo un film. Se fosse stato girato in altro modo le reazioni del pubblico sarebbero state molto diverse e probabilmente ci sarebbe stata minore partecipazione. Da 10 anni a questa parte abbiamo assistito a una fusione di questi due generi, con film di fiction che diventano, almeno nello stile, documentari che partono dall'osservazione della realtà, e documentari che diventano molto più simili a dei film. Per esempio United 93 di Paul Greengrass, un film girato in stile documentaristico. Non definirei il mio film un docudrama o una docufiction, ma un thriller raccontato nello stile del documentario.


Il suo film ci mostra come le immagini possano essere manipolate e che non è tutto vero ciò che vediamo.

Gabriel Range: Una delle cose emozionanti nel fare questo film è stato capire quanto, attraverso il montaggio, si possano trasformare immagini esistenti mettendole in un contesto diverso. Durante la promozione del film negli Stati Uniti ho partecipato a un talk show su Fox News e nei miei confronti c'era un atteggiamento ostile. Mi hanno chiesto "Ma la sua non è una maniera pericolosa di distorcere la realtà?" e io avrei voluto rispondere che è quello che in realtà fanno loro tutti i giorni, ma mi sono trattenuto. Questo per dire che tutto quello che vediamo in televisione o al cinema è sempre frutto di un montaggio e non rappresenta mai la realtà.


Quanto è stato difficile integrare il materiale di repertorio con quello originale girato appositamente per il film?

Gabriel Range: Il processo di ricerca delle immagini di repertorio è stato fatto durante la scrittura stessa del film. In particolare, le immagini del funerale di Reagan sono state una felice scoperta ai fini del film che è stato scritto, appunto, sulla base di ciò che ho trovato. Nella scena dell'omicidio c'è un unico momento reale di Bush, durante una visita ad Atlanta, mentre tutto il resto è stato costruito e girato per l'occasione. Alla fine, comunque, le immagini di repertorio ammontano soltanto a 10 minuti del film, anche se sembrano molto di più.


Pensa che qualcuno possa in qualche modo esaltarsi nel vedere le immagini dell'assassinio di un uomo politico così discusso come il presidente Bush?

Gabriel Range: Non ho nulla di personale contro Bush, il mio non è un attacco diretto verso di lui, ma se non avessi qualche obiezione a quella che è stata ed è l'amministrazione di Bush sicuramente non avrei fatto questo film. Credo che se ci sono persone che vanno in sala per vivere questo "momento catartico" dell'omicidio del presidente rimarranno deluse perché, se è vero che si vede l'assassinio di Bush, non si può certo sostenere che quello sia il centro del film. E, comunque, credo che non ci sia un deterrente migliore della possibilità di avere Cheney come presidente per chi desideri vedere Bush morto, vista la prospettiva decisamente peggiore.


Quali sono state le reazioni degli americani al film? Lei ha subito pesanti critiche anche da parte democratica, come quella di Hillary Clinton che ha definito il suo film "disgustoso e disprezzabile".

Gabriel Range: Critiche come quella sono arrivate nel momento in cui è stata annunciata la partecipazione del film al festival di Toronto. Hillary Clinton lo ha descritto in quei termini senza neppure averlo visto, semplicemente perché si pensava potesse essere un film che invitava alla violenza. Quando la gente però ha visto il film per quello che è le reazioni sono decisamente cambiate. Al festival di Toronto, dove il film è stato proiettato per la prima volta, gli spettatori erano per la maggior parte americani e in sala non si sentiva volare una mosca, tutti guardavano molto seriamente il film. In Europa invece le reazioni sono state diverse. Un pubblico non americano forse riesce a staccarsi un po' di più da quell'evento e a decifrare l'ironia che c'è nel film, soprattutto nelle interviste, come quella alla signora che scrive i discorsi di Bush e che professa un amore incondizionato per il presidente. Ho visto il film anche con un pubblico arabo e sono stato molto dispiaciuto nel leggere certi articoli assolutamente falsi in cui si dice che gli arabi abbiano esultato al momento dell'assassinio di Bush, perché questo non è mai successo da nessuna parte.


Tornerà a girare mockumentary?

Gabriel Range: Questo ormai è il terzo mockumentary che faccio e già dopo il primo mi ero ripromesso di non farne più. Ora sono già al lavoro sul prossimo che riguarderà il primo uomo che avrà un bambino.


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categorie: cinema, film, foto, video, attualità, 11 settembre
lunedì, 12 marzo 2007

Mentana spieghi questo

Maurizio Blondet http://www.effedieffe.com
10/03/2007

Vari lettori mi hanno segnalato l'ennesima puntata di Matrix che ha cercato di demolire il documentario «Inganno Globale» di Massimo Mazzucco, che pone seri dubbi sulla versione ufficiale dell'11 settembre. Per Mentana pare diventata un'ossessione, una questione personale. Ossessivamente, continua a concentrarsi sugli aspetti diciamo così fisico-tecnici dell'attentato: è normale che il carburante abbia rammollito i 38 pilastri d'acciaio delle Torri. E' normale che due grattacieli, anzi tre (l'Edificio 7) colpiti lateralmente, cadano verticalmente in modo perfetto. Sicuramente è stato un aereo a colpire il Pentagono…

Qualcuno dovrebbe avvisare Mentana (che non pare uomo di vaste letture) che le polemiche tecniche sono solo una parte della questione. Che la versione ufficiale sia falsa, lo suggeriscono una quantità di indizi di natura diversa, ossia giudiziaria e investigativa, raccolti dalla polizia americana. Il caso più celebre - di cui Mentana impedisce di parlare fulminando con accuse di «antisemitismo» - è quello dei cosiddetti «israeliani danzanti».  Chi s'è informato - io ne ho parlato nel mio «11 settembre, colpo di Stato in USA» - sa di cosa si tratta.

Una donna di servizio messicana, che stava facendo le pulizie in un condominio del New Jersey (a Liberty State Park), notò tre individui che, dal fronte d'acqua dello Hudson, assistettero al primo impatto dell'aereo contro la Torre. All'esplosione, furono visti esultare, fare segni di «vittoria» con le dita,  fotografarsi a vicenda tenendo sullo sfondo il grattacielo in fiamme. Poi partirono su un camion di traslochi. La benemerita cameriera si segnò la targa e avvisò la polizia di New York. Ora, Christopher Ketcham su Counterpunch (1) fornisce particolari prima ignorati - e del massimo interesse - su questo fatto, tutti «tratti dai rapporti ufficiali degli agenti» che procedettero al fermo dei «festeggianti». Atti ufficiali di pubblici ufficiali. Mentana provi a demolire questi.

Si apprende che (evidentemente dopo la segnalazione della donna) l'FBI diramò  alle pattuglie un comunicato BOLO («Be on lookhout», ossia «Tenete gli occhi aperti») a proposito di tre individui su «un veicolo che può essere collegato con l'attentato terrorista», e che erano stati visti lasciare la banchina costiera del New Jersey pochi minuti dopo il primo impatto. Nel comunicato si indicava il veicolo così:

«Furgone bianco, Chevrolet del 2000 con la scritta 'Urban Moving System sul retro. Visto a Liberty State Park, Jersey City, N J al momento del primo impatto dell'aereo contro il World Trade Center. Tre individui con il furgone sono stati visti a celebrare dopo l'impatto e la seguente esplosione. L'ufficio di Newark dell'FBI richiede che, se il furgone è identificato, gli individui vengano detenuti e rilevate le impronte (digitali)».

Alle ore 15.56, venti minuti dopo la diffusione del comunicato, agenti del dipartimento di polizia East Rutheford bloccano il camion, identificato dalla targa. Gli agenti, ufficiale Scott De Carlo e il sergente Dennis Rivelli, raccontano così il fermo nel loro rapporto successivo. Bloccano il veicolo e chiedono al guidatore di scendere. Il guidatore, poi identificato come Silvan Kurzberg di anni 23, «rifiuta, e la richiesta deve essere ripetuta più volte mentre egli armeggia dentro una borsa di pelle nera a forma di sacco. I due agenti, revolver in pugno,  devono 'rimuovere fisicamente Kurzberg'; altri quattro individui (evidentemente, due si sono aggiunti ai tre visti dalla cameriera) vengono fatti anch'essi scendere, ammanettati e allineati sull'aiuola spartitraffico, dove vengono loro letti i loro diritti».

Benchè non venga comunicato loro il motivo dell'arresto - nota De Carlo nel suo rapporto - «il sottoscritto agente si sente dire dal guidatore [Kurzberg]: 'Siamo israeliani, non siamo noi il vostro problema. I vostri problemi sono gli stessi nostri. Il problema sono i palestinesi'». Già sapevano la «versione ufficiale», prima ancora che la dichiarasse la Casa Bianca. Un altro dei cinque fermati, senza essere interrogato, dice all'ufficiale De Carlo: «Eravamo sulla West Side Highway a New York City durante l'incidente». Particolare falso. Accorrono agenti dell'FBI ad affiancare i due poliziotti locali, del New York Police Department. Trovano nel camion «diversi passaporti e 47.000 dollari in contanti dentro una calza».
Tutte le circostanze sono conservate nel registro della polizia della Contea di Bergen (New Jersey), insieme ad altri particolari.

Fra cui questo: gli agenti hanno trovato nel veicolo anche «mappe della città con certi luoghi sottolineati».
Secondo un dirigente della Bergen County, «sembra che quelli sapessero ciò che stava per avvenire quando si trovavano al Liberty State Park». Ossia erano arrivati sulla riva dell'Hudson nel New Jersey, con splendida vista su Manhattan, proprio dirimpetto al World Trade Center che si ergeva dall'altra parte del fiume, per godersi lo spettacolo.

Dai documenti, si accerta che i cinque sono israeliani.Dichiarano di essere in USA per lavorare come facchini della Urban Moving System, ditta di traslochi che ha uffici e magazzino a Weehawken, in New Jersey. Tutti vengono detenuti per 71 giorni nel centro di detenzione federale di Brooklyn, dove vengono ripetutamente interrogati da agenti dell'FBI e della CIA (che li chiamano cumulativamente «the high-fiver», ossia «gli esultanti»). Alcuni di loro sono tenuti in isolamento per 40 giorni; alcuni sono sottoposti a più prove della macchina della verità. Uno di loro, Paul Kurzberg, fratello del guidatore Silvan, rifiuta a lungo, per dieci settimane, di assoggettarsi alla prova del lie-detector, e alla fine non la supera. Il proprietario della ditta di traslochi risulta essere Dominik Suter, israeliano, 31 anni.Egli ha abbandonato precipitosamente gli USA per tornare in Israele.

Nei locali della Urban Moving System gli agenti trovano ancora i computer accesi e i cellulari sotto carica, bicchieri di carta con il caffè ancora dentro, sandwiches non consumati e, nel magazzino, mobili per migliaia di dollari. Suter è stato inserito dall'FBI nella lista dei ricercati in relazione all'attentato, nella stessa lista in cui appaiono Mohamed Atta e gli attentatori presunti dell'11 settembre.
Il primo a rendere nota la vicenda, nella primavera del 2002, è stato il settimanale ebraico di New York, «Forward», dopo mesi di ottime ricerche dei suoi cronisti. Secondo Forward, il FBI era giunto alla conclusione che almeno due dei fermati erano agenti del Mossad, e che la Urban Moving System per cui lavoravano era una «facciata» del Mossad.
SEGUE>>



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categorie: media, attualità, 11 settembre

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