Oggi, 19 ottobre 2007 poco prima delle nove di sera, davanti all'hotel Sheraton di Chicago il presidente degli Stati Uniti George Walker Bush è stato colpito a morte da due proiettili sparati dalla finestra dell'edificio di fronte. Trasportato precipitosamente in ospedale, è stato sottoposto a un intervento per fermare l'emorragia causata dalla recisione dell'aorta, ma i medici non sono riusciti a impedirne il decesso avvenuto attorno all'una e mezza di notte.
È questo l'evento che dà il titolo a Death of a president (in uscita nelle sale italiane venerdì 16 marzo), il film dell'inglese Gabriel Range che, nella forma del fanta-documentario, racconta a posteriori (è ambientato nel 2008) la serie di eventi che portò all'omicidio di Bush e le sue conseguenze.
«Ho voluto usare la lente del futuro per interpretare il presente - racconta Range -. Già in passato avevo usato la formula del documentario realizzato nel futuro per esaminare la realtà attuale: dopo pochi minuti, come in questo caso, ci si dimentica che le cose che si vedono non sono accadute e si riesce a riflettere sul presente».
Un presente nel quale il presidente Usa affronta una pesante contestazione a Chigago a causa del conflitto in Iraq e dell'atteggiamento provocatorio verso Iran e Corea del Nord, che sfocia in un vero e proprio assedio all'albergo nel quale è chiamato a tenere un discorso.
Tutto fila liscio, tra le preoccupazioni dei servizi segreti, finché Bush non esce e viene ucciso da due proiettili mentre saluta la folla. Il suo posto viene prontamente preso dal vice Cheney, che dapprima minaccia ritorsioni contro la Siria (fantasiosamente indicata come responsabile indiretta del misfatto) e poi instaura uno stato di polizia nel Paese con un inasprimento del Patrioct Act. A farne le spese un ragazzo siriano, colpevole solamente di essere passato nel posto sbagliato al momento sbagliato, d'essere musulmano e aver fatto in passato un viaggio in Pakistan.
La verità sull'assassino però è ben diversa e difficile da accettare per l'amministrazione dei "falchi": la morte del presidente dipende infatti in gran parte da quel che lui ha deciso in vita.
Ed è per (di)mostrare questo che Range ha realizzato, con una magistrale mescolanza di immagini reali (il funerale di Bush è quello di Ronald Regan), riprese ritoccate, interviste recitate e inquadrature girate ad hoc con ogni mezzo (dalla cinepresa fissa ai videofonini, dalle telecamere di sorveglianza alla camera a mano), un verosimile e tesissimo documentario di finzione. «Il valore del film è nella sensazione di realismo, dopo cinque minuti si scorda che è tutto falso. Ma era necessario mostrare l'uccisione di Bush come una metafora dell'11 settembre per verificare come reagiremmo a quella notizia».
In America non molto bene, in verità: «La Fox, cui ovviamente non sto simpatico, mi ha accusato di distorsione della realtà e di irresponsabilità... ma se loro lo fanno tutti i giorni! Hillary Clinton ha definito il film "malato, morboso e disprezzabile" senza neppure vederlo: pensava fosse un incoraggiamento a uccidere davvero Bush. Sapevo che gli Usa sarebbero stati il mercato più duro, ma molte persone che ho incontrato mi hanno espresso la propria disillusione e rabbia per essere stati ingannati sull'Iraq. E poi a me interssava dare un punto di vista diverso, dire che negli ultimi sei anni sono successe cose incredibili e raggelanti».
Range spera però che il futuro, quello vero, sarà migliore: «C'è posto per l'ottimismo, fino a poco tempo fa erano inconcepibili le ammissioni di errori che ci sono state ultimamente. Ma capisco anche la paura e la scaramanzia di voi italiani: mi hanno spiegato che per voi, se si fa vedere la morte di qualcuno, gli si allunga la vita...».
Signor Range da dove le è venuta l'idea di fare un film sull'assassinio di Bush?
Gabriel Range: L'assassinio di Bush e l'inchiesta che segue sono soltanto una cornice per raccontare cose successe veramente dopo l'11 settembre. Ho scelto di fare un film di finzione per parlare di queste cose semplicemente perché un evento così sconvolgente, come l'assassinio di un presidente, solletica l'interesse del pubblico in sala. Sono molte le cose che mi hanno ispirato per questo film, come per esempio l'uso cinico fatto dall'amministrazione di Bush dell'arresto di un arabo, usato per diffondere tra la popolazione la paura verso il terrorismo. E poi il Patriot Act che quando è stato promulgato nessuno si sarebbe mai immaginato potesse diventare leggere, e che oggi invece è la normalità, qualcosa che va a ledere profondamente i diritti dei cittadini.
Il fatto che il film sia incentrato sull'assassinio di Gorge Bush, un presidente scomodo e che in tanti non vedono certo di buon occhio, ha facilitato il suo progetto?
Gabriel Range: Il mio non è un film contro Bush, ma certamente non avrei fatto un film su di lui se fosse stato popolare. Ho semplicemente preso ciò che l'amministrazione di Bush ha fatto a seguito dell'11 settembre, cercando di immaginare cosa succedere nel futuro nel caso di un evento così tragico. Se la risposta popolare alle assurdità che stava compiendo quel presidente fosse stata diversa non ci sarebbe stato bisogno di fare questo film.
Perché girare questa storia con lo stile di un documentario?
Gabriel Range: Per me era interessante usare questo stile perché quando guardiamo un documentario abbiamo una reazione diversa rispetto a quando guardiamo un film. Se fosse stato girato in altro modo le reazioni del pubblico sarebbero state molto diverse e probabilmente ci sarebbe stata minore partecipazione. Da 10 anni a questa parte abbiamo assistito a una fusione di questi due generi, con film di fiction che diventano, almeno nello stile, documentari che partono dall'osservazione della realtà, e documentari che diventano molto più simili a dei film. Per esempio United 93 di Paul Greengrass, un film girato in stile documentaristico. Non definirei il mio film un docudrama o una docufiction, ma un thriller raccontato nello stile del documentario.
Il suo film ci mostra come le immagini possano essere manipolate e che non è tutto vero ciò che vediamo.
Gabriel Range: Una delle cose emozionanti nel fare questo film è stato capire quanto, attraverso il montaggio, si possano trasformare immagini esistenti mettendole in un contesto diverso. Durante la promozione del film negli Stati Uniti ho partecipato a un talk show su Fox News e nei miei confronti c'era un atteggiamento ostile. Mi hanno chiesto "Ma la sua non è una maniera pericolosa di distorcere la realtà?" e io avrei voluto rispondere che è quello che in realtà fanno loro tutti i giorni, ma mi sono trattenuto. Questo per dire che tutto quello che vediamo in televisione o al cinema è sempre frutto di un montaggio e non rappresenta mai la realtà.
Quanto è stato difficile integrare il materiale di repertorio con quello originale girato appositamente per il film?
Gabriel Range: Il processo di ricerca delle immagini di repertorio è stato fatto durante la scrittura stessa del film. In particolare, le immagini del funerale di Reagan sono state una felice scoperta ai fini del film che è stato scritto, appunto, sulla base di ciò che ho trovato. Nella scena dell'omicidio c'è un unico momento reale di Bush, durante una visita ad Atlanta, mentre tutto il resto è stato costruito e girato per l'occasione. Alla fine, comunque, le immagini di repertorio ammontano soltanto a 10 minuti del film, anche se sembrano molto di più.
Pensa che qualcuno possa in qualche modo esaltarsi nel vedere le immagini dell'assassinio di un uomo politico così discusso come il presidente Bush?
Gabriel Range: Non ho nulla di personale contro Bush, il mio non è un attacco diretto verso di lui, ma se non avessi qualche obiezione a quella che è stata ed è l'amministrazione di Bush sicuramente non avrei fatto questo film. Credo che se ci sono persone che vanno in sala per vivere questo "momento catartico" dell'omicidio del presidente rimarranno deluse perché, se è vero che si vede l'assassinio di Bush, non si può certo sostenere che quello sia il centro del film. E, comunque, credo che non ci sia un deterrente migliore della possibilità di avere Cheney come presidente per chi desideri vedere Bush morto, vista la prospettiva decisamente peggiore.
Quali sono state le reazioni degli americani al film? Lei ha subito pesanti critiche anche da parte democratica, come quella di Hillary Clinton che ha definito il suo film "disgustoso e disprezzabile".
Gabriel Range: Critiche come quella sono arrivate nel momento in cui è stata annunciata la partecipazione del film al festival di Toronto. Hillary Clinton lo ha descritto in quei termini senza neppure averlo visto, semplicemente perché si pensava potesse essere un film che invitava alla violenza. Quando la gente però ha visto il film per quello che è le reazioni sono decisamente cambiate. Al festival di Toronto, dove il film è stato proiettato per la prima volta, gli spettatori erano per la maggior parte americani e in sala non si sentiva volare una mosca, tutti guardavano molto seriamente il film. In Europa invece le reazioni sono state diverse. Un pubblico non americano forse riesce a staccarsi un po' di più da quell'evento e a decifrare l'ironia che c'è nel film, soprattutto nelle interviste, come quella alla signora che scrive i discorsi di Bush e che professa un amore incondizionato per il presidente. Ho visto il film anche con un pubblico arabo e sono stato molto dispiaciuto nel leggere certi articoli assolutamente falsi in cui si dice che gli arabi abbiano esultato al momento dell'assassinio di Bush, perché questo non è mai successo da nessuna parte.
Tornerà a girare mockumentary?
Gabriel Range: Questo ormai è il terzo mockumentary che faccio e già dopo il primo mi ero ripromesso di non farne più. Ora sono già al lavoro sul prossimo che riguarderà il primo uomo che avrà un bambino.